Recensione di "Meritocrazia" di Roger Abravanel e di "Come siamo felici" di Enrico Finzi
L'interesse per questo libro è di due tipi:
- un'attenzione specifica di LB per la meritocrazia, che è una "guida" per la valutazione delle esperienze professionali individuali, nel nostro lavoro quotidiano;
- la convinzione che anche nel mondo delle imprese non siano molto praticati metodi di gestione delle persone improntati alla meritocrazia, salvo alcune eccezioni citate peraltro dallo stesso Autore.
Quello che da parte nostra intendiamo rimarcare è che la meritocrazia andrebbe applicata sin dalle prime fasi dei processi gestionali delle persone e, cioè dalla selezione.
Il libro di Roger Abravanel lo si può classificare come medio, non arriva nel profondo (e non vi vuole arrivare), ma è l'unico che offre una visione sistematica e dichiaratamente ideologica della meritrocrazia, perciò è eccezionale.
Abravanel propone un'ideologia della meritocrazia, un sistema organico con un'idea centrale, il merito, ben definita e specifica e ne dà una definizione. Per far ciò parte dalle origini della teoria Michael Young ed ha anche una formula; ne segue poi la storia con la sua prima applicazione ad Harvard e con una serie di altri eventi, che danno il via nei paesi anglosassoni ed in Francia alla misurazione del merito, soprattutto nel sistema scolastico e di accesso ai principali centri di formazione della classe dirigente economica, amministrativa e politica.
Proprio il sistema scolastico è al centro della sua analisi perchè è un fattore di mobilità sociale, è un vettore di ricambio della classe dirigente ed è un elemento propulsore della crescita.
Passa poi ad illustrare i casi delle istituzioni (ENA, Esercito Israeliano) e dei Paesi (Singapore, Inghilterra) in cui si applica la meritocrazia ed analizza, haimè, il circolo vizioso italiano:
mancanza di meritocrazia; freno alla crescita, alla mobilità sociale di giovani e donne; impedimento alla rottura delle corporazioni.
In questo panorama oscuro, però, individua alcuni esempi positivi: i casi italiani di eccellenza di aziende ed istituzioni: dall'Istituto Italiano di Tecnologia, alla Normale di Pisa, al Presidente del tribunale di Torino che, per esempio, combinando "moral suasion" e semplici concetti di gestione del magazzino, riesce a ridurre in modo notevole i tempi di conclusione dei processi (tutto comunque lasciato all'iniziativa individuale, per niente premiata).
I casi sono pochi, ma sono la dimostrazione che si può fare.
La ricetta è semplice ed è l'instaurazione di un'ideologia meritocratica.
Abravanel propone di lanciare quattro iniziative concrete che favoriscano l'avvio di un circolo virtuoso:
1) la misurazione della performance, nella pubblica amministrazione sul modello inglese (la delivery unit di Tony Blair);
2) l'inserimento delle donne nei Consigli di Amministrazione, delle società quotate;
3) l'introduzione di test nazionali standard, per creare eccellenza nel sistema educativo;
4) un'authority per sbloccare l'economia ed instaurare un meccanismo di crescita, al fine di liberalizzare i diversi mercati, avendo al centro i consumatori (e non le corporazioni).
Così si potrebe fare in italia...
Il libro è senza dubbio interessante ricco di dati e di esempi, di fonti facilmente raggiungibili ed untilizzate dall'autore, che le sistematizza attorno all'ideologia della meritocrazia.
E perchè mai solo Abravanel ha compiuto questo lavoro di sintesi ben organizzata?
L'obiezione è che ci vuole troppo tempo e che agli italiani va bene così, sennò dovrebbero impegnarsi e faticare troppo, invece di essere protetti e garantiti.
Pensate se una tale obiezione si fosse applicata all'introduzione degli antibiotici.
Roger Abravanel, "Meritocrazia", edizioni Garzanti, maggio 2008.
Tra il libro di Abravanel sulla meritocrazia e la ricerca di Finzi
esiste un collegamento che dà la spiegazione del perchè gli italiani non hanno una cultura meritocratica e manchino di impegno nel perseguimento di progetti individuali e collettivi e nel raggiungimento dei conseguenti risultati.
Gli italiani hanno una concezione individualistica della felicità (e fin qui niente di male), ma generalmente passiva (se arriva bene, sennò, pazienza), con due eccezioni assolutamente minoritarie: quelli che la evitano (veterocattolici e veterocomunisti) e quelli che la cercano, inseguendo un progetto, talvolta un sogno segreto, confermando, in entrambi casi, la teoria paretiana delle èlites.
La ricerca di Finzi non parte da una definizione predefinita della felicità, ma ne rileva divese definizioni per diversi tipi di individui che non si distribuiscono secondo variabili di natura sociale (tranne le minoranze sopracitate).
Esistono, piuttosto, i comportamenti "felicitanti" e le diverse componenti della felicità e come, rispetto ad essi, si dispongono i diversi tipi di "felici" (indicati all'inizio della ricerca).
Malgrado il fatto che le attività più felicitanti che guidano la classifica ci siano il "dormire" e il "chiaccherare" Finzi si dice ottimista, più che altro per la saggezza con cui gli italiani amministrano la felicità con le loro strategie ed i loro comportamenti che, però continuano ad avere la caratteristica di un atteggiamento "concavo" rispetto alla sorte e non secondo un "acuto" legato a qualsivoglia progetto o realizzazione.
Bello da leggere (anche per i pessimisti come noi); per nulla noioso e appesantito dai dati.Finzi fa un uso intelligente per gli "a parte" goldoniani con cui li commenta.
Una riflessione, forse un po' amara questo libro ce la fa fare. Come mai capita spesso che gli ultraquarantenni vengono estromessi dalle aziende e hanno difficoltà a reinserirsi? Come mai le aziende preferiscono sostituire una lunga esperienza con una cultura più fresca (forse pù aggiornata?) che, per giunta costa anche meno? Forse l'esperienza senza l'aggiornamento non è più sufficiente?e se questo è il motivo non è che per caso anche nelle professioni aziendali manchino progetti professionali individuali non coltivati? e che anche nel nostro lavoro abbiamo un atteggiamento "concavo"?
Ci rendiamo conto che è diffficile dare una risposta generale, ma abbiamo il sospetto che, purtroppo, anche nella relazione con la professione ci si comporti allo stesso modo in cui ci si atteggia nei confronti della felicità individuale. daltronde perchè dovrebbe esserci una differenza?
Enrico Finzi, "Come siamo felici. L'arte di godersi la vita", edizione Speling & Kupfer, 2008
(gfr)